L'Analisi Transazionale ad orientamento psicodinamico: le radici di un pensiero clinico vivo

Pubblicato il 29 agosto 2026 alle ore 11:38

Quando si pensa all'Analisi Transazionale, spesso si pensa a strumenti pratici: gli stati dell'Io, i giochi psicologici, le carezze. Meno spesso ci si sofferma su un dato altrettanto importante: l'AT nasce da una mente psicoanalitica, e la sua distanza dalla psicoanalisi classica è tanto significativa quanto la sua continuità con essa. Ripercorrere queste radici — come fa Michele Novellino nel primo capitolo del suo L'approccio clinico all'analisi transazionale — non è un esercizio storiografico fine a se stesso. È il modo più onesto per capire che cosa l'AT è davvero, oggi, nella stanza di terapia.

teoria analitico transazionale

Il 1957: una teoria dell'Io che si può osservare

La data di nascita "ufficiale" dell'AT è il 1957, l'anno in cui Eric Berne pubblica Ego States in Psychotherapy. È qui che prende forma la teoria tripartita dell'Io — Genitore, Adulto, Bambino — che ogni lettore anche solo curioso di AT conosce almeno per nome. Le sue radici affondano esplicitamente nel pensiero freudiano: Berne non inventa dal nulla, riprende l'idea di un'istanza psichica articolata in parti diverse.

Ma introduce una differenza che cambia tutto sul piano clinico. Per Freud, Io, Es e Super-Io sono istanze intrapsichiche, costrutti teorici che si inferiscono dal materiale clinico (sogni, lapsus, sintomi, associazioni libere). Gli stati dell'Io berniani, invece, sono pensati come fenomeni osservabili: realtà manifeste, riconoscibili nel tono di voce, nella postura, nel linguaggio, nel modo in cui una persona reagisce in una determinata transazione. Non si tratta di ipotizzare che cosa accada "sotto", ma di leggere ciò che accade "in superficie" — e proprio perché osservabile, questo materiale diventa anche modificabile: lo stato dell'Io che si manifesta oggi in un certo modo può essere riconosciuto, compreso, e nel tempo cambiato. Questa osservabilità rende gli stati dell'Io modificabili, e fa dell'AT un modello clinicamente agile: la lettura del materiale manifesto consente di individuare con rapidità i punti di intervento, favorendo cambiamenti significativi in tempi contenuti.

Physis: la fiducia nella spinta naturale al cambiamento

C'è un concetto, meno citato ma centrale nel pensiero di Berne, che rivela la sua postura clinica di fondo: la physis. Con questo termine — mutuato dal greco, "natura" — Berne indica una forza naturale insita nell'essere umano, una spinta intrinseca alla crescita, alla salute, al cambiamento.

Dietro questa idea c'è una fiducia precisa: la persona porta già in sé le risorse per la propria guarigione. Il terapeuta non guarisce direttamente il paziente, nel senso di operare "su" di lui come un tecnico ripara un oggetto: il terapeuta accompagna, sostiene le condizioni perché quella spinta naturale possa esprimersi. È una postura che distingue l'AT da modelli più direttivi, e che al tempo stesso la allontana da un'idea puramente meccanicistica della cura.

Una psicoterapia fenomenologica e interpersonale

Novellino sintetizza l'AT in una definizione densa: è una "psicoterapia caratterizzata da una ricerca fenomenologica sulla personalità intesa in senso spiccatamente interpersonale".

Due parole, qui, meritano di essere sciolte. Fenomenologica significa che l'attenzione clinica è rivolta a ciò che si presenta nell'esperienza — vissuti, percezioni, il modo in cui la persona costruisce senso — più che a un apparato di pulsioni inferite a priori. Interpersonale significa che la personalità non viene letta come un sistema chiuso, ma come qualcosa che si costituisce e si manifesta nella relazione con l'altro. Sono due coordinate che, come vedremo, spiegano anche perché l'AT sia stata così difficile da collocare tra le grandi correnti della psicoterapia.

Un'identità difficile da classificare

L'AT nasce da un terreno psicoanalitico — lo stesso Berne si è formato in ambito psicoanalitico — e per questo, storicamente, è stata inserita tra le scuole psicoanalitiche di orientamento interpersonale. Ma il suo percorso successivo ha generato letture molto diverse tra loro. Muriel James, per esempio, ne ha proposto una lettura orientata al self-help, valorizzandone l'accessibilità e l'applicabilità quotidiana. Altri autori, colpiti dal linguaggio semplice e dall'enfasi sulla relazione, l'hanno accostata — a volte confusa — con la psicologia umanistica- esistenziale.

Novellino invita a resistere a queste semplificazioni. L'AT possiede una metodologia e un impianto teorico ben radicati nella tradizione psicoanalitica: non è un insieme di tecniche comunicative slegate da una teoria della mente, ma un modello con una propria coerenza interna, una propria epistemologia clinica. È per questo che Novellino parla, a ragione, di una vera e propria psicoanalisi transazionale — un approccio fondato sulla conoscenza di sé, sul destino individuale (quello che in AT prende il nome di copione) e sul comportamento sociale, letto nelle sue manifestazioni concrete, transazione dopo transazione.

Dove l'AT si stacca dalla psicoanalisi: la fame di riconoscimento

Detto questo, l'AT non è psicoanalisi tout court, e il punto di divergenza più netto riguarda la motivazione umana. Per Freud, il motore primario del comportamento sono le pulsioni sessuali e aggressive. Per l'AT, il bisogno fondamentale è un altro: la fame di riconoscimento — un bisogno primario, innato, di ricevere stimoli dall'ambiente e dalle persone che lo abitano.

Questo spostamento ha una conseguenza teorica profonda. Nel modello freudiano la mente è, in un certo senso, monadica: un sistema che elabora pulsioni interne, e che entra in relazione con l'esterno come territorio secondario rispetto al conflitto intrapsichico. Nel modello interpersonale dell'AT, la mente è invece diadica: relazionale nella sua struttura stessa, perché la sua necessità primaria è quella di autoregolarsi attraverso l'interazione con l'altro. Non si tratta di una differenza di superficie, ma di due modi diversi di immaginare che cosa sia, alla radice, la vita psichica.

L'Okness: rispetto dell'essere umano come pratica clinica

C'è infine un ultimo elemento che, più di ogni altro, distingue l'AT e ne motiva l'attualità: l'okness. Non è soltanto un principio teorico astratto sul valore della persona. È, probabilmente, l'unico modello psicologico che non si limita ad affermare un profondo rispetto per l'essere umano, ma lo traduce in pratica clinica concreta, fin dalla struttura stessa del lavoro terapeutico.

Questo avviene attraverso il contratto terapeutico, elemento fondante del metodo berniano: paziente e terapeuta definiscono insieme, esplicitamente, obiettivi e responsabilità del percorso. E lo fanno a partire da una posizione di fondo che è insieme etica e clinica: io sono ok, tu sei ok. Non due persone di cui una "sa" e l'altra "manca", ma due adulti che collaborano, ciascuno con la propria dignità e la propria competenza, verso un cambiamento che — coerentemente con l'idea di physis — la persona porta già in sé.